COMUNICATO STAMPA

Associazione Rurale Italiana — ARI

Colà di Lazise, 26 marzo 2026

 

ARI chiede misure d’emergenza immediate per le aziende agricole con una produzione sotto i 25.000 euro

Dopo più di un mese dall’inizio dell’aggressione USA-Israele contro l’Iran, lo Stretto di Hormuz rimane bloccato e i costi di produzione agricola sono esplosi. I contadini e le contadine italiane con aziende piccole — la stragrande maggioranza delle aziende agricole del nostro paese — stanno subendo un colpo durissimo, senza che nessuna misura concreta li tuteli, e anche se Hormuz riaprisse domani, l’onda lunga dell’interruzione delle filiere di approvvigionamento e – soprattutto – le manovre speculative proietteranno i loro effetti sui costi di produzione per molti mesi a venire.

I NUMERI NON MENTONO

L’urea, il fertilizzante azotato più diffuso, è aumentata del 43-75% in poche settimane, raggiungendo i 680-700 dollari per tonnellata. Il gasolio agricolo supera i 2 euro al litro, con rincari del 28-32% rispetto a inizio anno. Il gas (TTF Amsterdam) segna +63% dal giorno prima della guerra. Questi dati non vengono da comunicati di parte: vengono dai mercati futures di Euronext/MATIF a Parigi, dalla borsa ICE di Amsterdam, da Bloomberg e dalla FAO.

Nella stessa settimana, il prezzo del grano che portiamo al mulino è salito appena del 7-9%, quello del mais del 10-13%. La matematica è impietosa: per chi coltiva 10 ettari a mais, i costi aggiuntivi di fertilizzanti e gasolio superano di 1.000-2.000 euro i maggiori ricavi dalla vendita del raccolto. Il margine operativo, già esiguo, si azzera o diventa negativo.

CHI PAGA IL PREZZO PIÙ ALTO

Le aziende agricole con produzione inferiore ai 25.000 euro rappresentano circa il 65% del totale delle aziende italiane (ISTAT). Sono le aziende contadine per eccellenza: piccola superficie, lavoro familiare, filiere corte, biodiversità. Sono anche le più indifese:

Non hanno potere contrattuale per negoziare i prezzi dei fertilizzanti e li pagano al prezzo spot di oggi, il peggiore degli ultimi quattro anni.

Non accedono ai mercati futures per coprirsi dal rischio prezzo: quella è una prerogativa dei grandi operatori.

Non hanno riserve finanziarie per resistere anche solo sei mesi di questo scenario.

— Non dispongono di strutture amministrative per navigare i labirinti dei sussidi pubblici.

Per un’azienda che fattura 20.000 euro l’anno, un rincaro netto degli input di 1.500 euro significa perdere il 7-8% del fatturato e una percentuale ben più alta del proprio  reddito netto. È la differenza tra un anno sostenibile e un anno in perdita.

NON È UNA CRISI, È UNA SCELTA POLITICA

Questa crisi non è solo una conseguenza della guerra. È il risultato di decenni di politiche agricole che hanno abbandonato la piccola agricoltura contadina alla speculazione dei mercati globali, agli accordi di liberalizzazione dei mercati (vedi anche i recentissimi accordi Mercosur e Australia) senza reti di protezione, senza scorte strategiche di fertilizzanti (che esistono per il petrolio ma non per l’urea), senza strumenti di stabilizzazione dei costi per chi non ha le spalle larghe.

LE NOSTRE RICHIESTE

ARI chiede al Governo italiano e alla Commissione Europea interventi immediati e strutturali:

1. MISURA D’EMERGENZA IMMEDIATA: un fondo di liquidità straordinaria per le aziende agricole sotto i 25.000 euro di produzione, a copertura del maggior costo degli input per la stagione 2026, erogabile entro aprile.

2. PREZZO CALMIERATO del gasolio agricolo agevolato, con accesso prioritario per le aziende più piccole, con meccanismo di controllo contro le speculazioni accertate.

3. ACCESSO SEMPLIFICATO alle misure PSN/PAC di primo pilastro per le aziende in difficoltà, con procedure straordinarie semplificate e snellite.

4. AVVIO DI UN DIBATTITO URGENTE in sede europea sulle scorte strategiche di fertilizzanti, sul modello delle riserve petrolifere IEA: questa crisi ha dimostrato che la sovranità alimentare europea è vulnerabile quanto quella energetica.

5. USCIRE  dal paradigma dell’agricoltura mineraria, dell’artificializzazione del suolo e degli input chimici attraverso politiche pubbliche ambiziose, perché l’agroecologia e la sovranità alimentare sono le migliori garanzie di fronte al cambiamento climatico e all’instabilità geopolitica provocata dalle potenze imperialiste

I contadini e le contadine italiane stanno già prendendo le loro decisioni: ridurre le dosi di fertilizzante, spostare le superfici dal mais alla colza o alla soia, ridurre le semine. Queste scelte razionali nelle aziende individuali produrranno effetti collettivi sulle rese 2026 e sui prezzi al consumo nei mesi che seguiranno.

Le istituzioni hanno ancora poche settimane per intervenire prima che la finestra della semina primaverile si chiuda. Dopo sarà troppo tardi.

Noi non fabbrichiamo cibo, noi lo produciamo”

ARI — Associazione Rurale Italiana

membro del Coordinamento Europeo Via Campesina e de La Via Campesina

Colà di Lazise (VR) | segreteria@assorurale.it | www.assorurale.it

Per informazioni: segreteria@assorurale.it

Fonti dei dati: Euronext/MATIF Parigi, ICE/TTF Amsterdam, CBOT Chicago, FAO (rapporto 24/3/2026), IFPRI (19/3/2026), Bloomberg, Oxford Economics Alpine Macro (23/3/2026), USDA, IRU.