In questi giorni, a seguito del dibattito provocato da Stefano Feltri nella trasmissione In Onda su La7 (agosto 2026), c’ è stato un fiorire – sui cosiddetti social – di dichiarazioni e commenti sull’agricoltura italiana. E questo è un bene.
ARI, (associazione rurale italiana) associazione nazionale di contadini, membro italiano del Coordinamento Europeo Via Campesina (ECVC) e di Via Campesina, con oltre 200 milioni di associati in 81 paesi attraverso 180 organizzazioni, ritiene che i problemi sollevati nella trasmissione richiedano della riflessione più approfondite che uno scambio su FB.
Senza pedanteria, vorremmo affrontare alcuni dei temi sollevati nella trasmissione.
Chi lavora la terra: l’occupazione agricola. Il 7° Censimento Generale dell’Agricoltura (ISTAT, 2020–2022) ha censito 1.133.023 aziende agricole attive, con una SAU totale di 12,5 milioni di ettari e una dimensione media di 11,1 ettari per azienda. Nei dieci anni 2010–2020 sono spariti oltre un milione di occupati agricoli: il censimento ha registrato 2.755.341 addetti (–28,8%), di cui il 53% familiare e il 47% esterno. I dati ISTAT più aggiornati (2024) indicano in 1.112.000 ULA totali — di cui 702.000 lavoratori indipendenti (63%) e 411.000 dipendenti (37%). Nel 2025 le ULA sono calate di un ulteriore 0,5%, con i lavoratori indipendenti in calo (–2,2%) e i dipendenti in crescita (+2,3%): segno di progressiva sostituzione del lavoro indipendente con molte diverse forme di lavoro salariato, tipico delle aziende di maggiore dimensione. Nel frattempo, le giornate di lavoro pro capite sono aumentate del 19,6% tra 2010 e 2020: chi resta lavora di più. Detto diversamente: aumenta lo sfruttamento di chi lavora la terra.
Quanto vale l’agricoltura italiana. Secondo i Conti economici dell’agricoltura ISTAT 2026 (anno 2025), il settore ha prodotto 80,1 miliardi di euro (+3,9% sul 2024), con un valore aggiunto di 46,6 miliardi (+5,5%). Il valore aggiunto del settore agroalimentare allargato ammonta a 89 miliardi di euro, pari al 4,4% del valore aggiunto nazionale. Nel 2024 il valore della produzione agricola era 77,1 miliardi, con un valore aggiunto in crescita del 2,0% in volume — performance migliore del 2025 sul piano reale, malgrado il cambio climatico. L’annata attuale difficilmente supererà questi risultati, perché l’agricoltura che ha un impatto negativo sul cambio climatico poi ne paga le spese. Vale la pena di ricordare, però, che la a crescita 2025 è trainata dai prezzi dei prodotti agricoli (+3,6%), non dai volumi (+0,3%). Il valore aggiunto reale è rimasto – infatti – fermo (–0,1% in volume). A guadagnare dalla rivalutazione non sono necessariamente i produttori agricoli, ma chi controlla la filiera a valle.
La struttura: la terra agricola sempre di meno ed in poche mani. Le circa 900.000 aziende di piccole dimensioni (a conduzione familiare, con una superficie inferiore ai 15 ha) rappresentano ancora l’80% del tessuto produttivo agricolo nazionale. Il 93,5% di tutte le aziende è gestito in forma individuale o familiare. All’opposto, le 18.230 aziende con oltre 100 Ha (appena l’1,6% del totale) controllano il 30% della terra agricola nazionale. Questo 1,6% è cresciuto del 17,7% tra 2010 e 2020, mentre le aziende sotto 1 Ha si sono dimezzate (–51,2%) e quelle 1–10 ha si sono ridotte di un terzo (–34,5%). Malgrado l’incredibile resistenza delle piccole aziende, la loro sparizione provoca la desertificazione degli spazi rurali, dei sistemi economici territoriali ed ecologici. Incendi, alluvio, dissesto idrogeologico ne sono affetti ben visibili in tutto il paese.
Nelle aziende agricole, vivono e lavorano persone che però non vengono compensate allo stesso modo. Una misura delle disuguaglianze sono redditi per lavoratore (dati RICA/EUROSTAT): nelle aziende molto piccole (SO < 8.000 €/anno) il reddito per addetto è di circa 5.000 euro annui; nelle aziende molto grandi (SO ≥ 500.000 €) supera i 68.000 euro annui — quasi 14 volte di più. Le aziende molto grandi non sono solo più grandi: sono strutturalmente più efficienti nell’appropriarsi delle risorse messe a disposizione dalle politiche pubbliche (soldi, sostegno alla capitalizzazione, infrastrutture per la logistica, accesso al mercato, etc)
Il finanziamento pubblico e la distribuzione dei fondi PAC: chi riceve cosa. Chi sono gli assistiti. La PAC distribuisce in Italia circa 6–7 miliardi di euro all’anno tra Pilastro I (pagamenti diretti) e Pilastro II (sviluppo rurale). A livello europeo (2022) le grandi aziende (> 250 ha) rappresentano l’1% dei beneficiari ma ricevono il 23% dei pagamenti diretti. Le piccole aziende (< 5 ha) sono quasi il 50% dei beneficiari ma ricevono solo il 6% dei pagamenti. Le aziende medie (5–250 ha) raccolgono oltre il 70% dei pagamenti diretti. I dati ufficiali DG AGRI della Commissione europea riferiti all’Italia per la campagna 2023 riguardano 725.595 beneficiari dei pagamenti diretti (solo il 64% delle aziende agricole) per un totale di 3.553,7 milioni di euro. La distribuzione è quanto di più diseguale si possa immaginare. I 55 beneficiari con oltre 500.000 € di soli pagamenti diretti ricevono 74,3 milioni di euro all’anno (2023) — più di quanto incassano i 447.000 beneficiari sotto i 2.000 euro messi insieme. I pagamenti cosiddetti del Pilastro I sono calcolati per ettaro, inoltre le grandi aziende hanno accesso privilegiato agli OCM, allo sviluppo rurale, e ai regimi settoriali senza capping effettivo, il sostegno pubblico consolida le posizioni di mercato di chi ha già vantaggio strutturale, funzionando come un trasferimento di rendita fondiaria più che come sostegno al reddito. La concentrazione dei sussidi è più iniqua della concentrazione della terra stessa.
Il risultato nel medio termine è stato che in quarant’anni (1982–2020) l’agricoltura italiana ha perso due aziende su tre e oltre un milione di occupati nell’ultimo decennio. L’80% delle aziende sostenute dalla PAC riceve meno di 5.000 € di PAC all’anno — importo insufficiente a compensare costi di produzione cresciuti del 40% e prezzi dei prodotti alimentari pagati dai consumatori saliti dell’85% dal 2000 al 2025 (ISTAT). Le famiglie in difficoltà destinano il 20–25% del reddito all’alimentazione, ma la forbice tra chi produce il cibo e chi lo mette in tavola rimane enorme.
Difendere l’agricoltura contadina — le piccole e medie aziende a gestione familiare, i coltivatori diretti, i pastori, i viticoltori di collina — non è un esercizio di nostalgia. È la difesa di un sistema produttivo – per numero di aziende, capacità produttiva e dispersione territoriale resta la spina dorsale dell’intero settore agricolo italiano – che custodisce la terra, mantiene vivi i territori, produce cibo di qualità e garantisce lavoro reale a centinaia di migliaia di persone. Un sistema che le politiche pubbliche continuano a ignorare, così come le cosiddette associazioni agricole maggiormente rappresentative portavoce politica di un modello agricolo che in Italia è proprio di meno di 20.000 aziende, per continuare a premiare aziende agricole fortemente industrializzate e capitalizzate, con un impatto negativo mille volte analizzato sugli ecosistemi ed il cambio climatico di cui sono, per la loro parte, responsabili.
Leggi la nostra analisi sull’agricoltura Italiana nota_ARI_agricoltura_italiana DEF 20.08